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Mambakwedza Mutasa
Mambakwedza Harry Mutasa (Zimbawe | Harare 1973) si forma in un contesto urbano dove la tradizione scultorea shona convive con un crescente interesse per materiali industriali e linguaggi sperimentali. Sono gli anni dell’immediato post-indipendenza: la sua generazione vive l’urgenza di rappresentare le tensioni sociali, le diseguaglianze e la trasformazione delle città africane. Mutasa trova nel metallo di recupero il suo medium naturale: rottami, parti meccaniche, lamiere e utensili dismessi diventano figure umanoidi, spesso ironiche e inquietanti, che mettono in scena frammenti di vita quotidiana.
Il suo lavoro unisce una forte dimensione narrativa – corpi piegati, gesti sospesi, scene di lavoro o di gioco come quella dei table players – a un’estetica brutalista che trasforma lo scarto industriale in organismo vivente. Attraverso la saldatura Mutasa ricostruisce posture, caratteri, dinamiche relazionali, facendo della scultura un dispositivo teatrale che riflette la condizione umana nelle società contemporanee dell’Africa australe.
Tra la fine degli anni ’90 e il 2000 partecipa a collettive e workshop in Zimbabwe e in altri paesi dell’Africa australe, entrando in contatto con la nuova corrente della scrap-metal art, diffusa tra Harare, Bulawayo e Johannesburg. La svolta avviene quando, nel 2008, viene selezionato per una residenza artistica alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, dove realizza una serie di sculture in ferro saldato che esplorano il rapporto tra corpo, meccanica e gesto quotidiano. La mostra finale degli “Atelier BLM” consacra la sua presenza nel panorama europeo, portando le sue opere in collezioni private italiane e in raccolte dedicate all’arte africana contemporanea.
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