Arhat Hva-shang (Il Protettore dei Fanciulli)
- Denominazione
- Arhat Hva-shang (Il Protettore dei Fanciulli)
- Autore
- Ignoto
- Tipologia
- Scultura Lignea Devozionale
- Datazione
- sec XIX
- Area Geografica
- Mongolia
- Materiali e Tecnica
- Legno intagliato a mano e dipinto a policromia; evidenti tracce di preparazione a gesso e pigmenti minerali
- Dimensioni
- cm 10.8 x 7.6 x 5
- N. Inventario
- FSP/2023/AEt/CRB/CPA/2254
NOTE
Una figura che incarna la felicità terrena e l’abbondanza: l’Arhat Hva-shang anche noto come il “Protettore dei Fanciulli”: nella tradizione mongola e tibetana, pur non essendo un “Buddha” in senso stretto, è una figura amatissima che accompagna spesso la serie dei Sedici Arhat (i discepoli storici del Buddha).
Un uomo calvo, pingue, con un ampio sorriso e i lobi delle orecchie allungati (segno di nobiltà spirituale): la sua obesità non è un vizio, ma simboleggia la sua capacità di ‘contenere’ e ‘digerire’ le sofferenze del mondo, trasformandole in gioia e generosità. Hva-shang è letteralmente ‘assalito’ gioiosamente da cinque piccoli fanciulli che si arrampicano sulle sue spalle e sulle sue ginocchia: i cinque bambini rappresentano i cinque sensi finalmente armonizzati e portati verso la via del risveglio attraverso il gioco e la serenità; nella cultura mongola, questa immagine è il massimo augurio di fertilità e continuità del lignaggio familiare. La statuetta poggia su una base rettangolare dipinta in blu e rosso, colori che richiamano la struttura dei troni divini, pur mantenendo uno stile molto più ‘terreno’ e artigianale rispetto alle maschere o alle placche astrologiche.
Hva-shang ha un ruolo psicologico e domestico:associato all’armonia familiare, veniva tenuto sull’altare domestico o in un angolo della gher per promuovere l’allegria, la salute dei figli e la pace tra i membri della famiglia. Durante le cerimonie Tsam, un figurante mascherato da Hva-shang entra in scena proprio insieme ai bambini, distribuendo dolci e benedizioni, interrompendo la tensione dei rituali irati con momenti di puro divertimento.
Tipico esempio di arte monastica mongola ‘di prossimità’, fatta per essere vicina alla gente, per essere toccata e amata.
BIBLIOGRAFIA
Marylin M. Rhie, Robert A. F. Thurman, The Sacred Art of Tibet. Wisdom and Compassion, Thames & Hudson, London 1991
Tsultemin Uranchimeg, A Monastery on the Move: Art and Politics in Later Buddhist Mongolia, University of Hawaii Press, Honolulu 2020