Thang-ka di Vajrabhairava
- Denominazione
- Thang-ka di Vajrabhairava
- Autore
- Ignoto
- Tipologia
- Immagine portatile o da altare
- Nome locale
- ཐང་ཀ་ thang ka
- Datazione
- sec XIX
- Cultura / Etnia
- Scuola di Urga (Stile Zanabazar)
- Area Geografica
- Mongolia
- Materiali e Tecnica
- Tempera minerale su tela di cotone; montatura in damasco di seta blu con motivi a fiorami
- Dimensioni
- cm 119 x 66.5
- N. Inventario
- FSP/AEt/CRB/CPA/2287
NOTE
Thangka tessile (icona buddhista appesa) con pannello centrale dipinto (con pigmenti minerali, probabilmente lapislazzuli per il corpo e cinabro per le fiamme) e cucito su montatura in damasco blu a fiorami. Ampia sezione inferiore “a grembiule”, tipica delle montature rituali destinate a ricadere in avanti quando la thangka è appesa. Cuciture visibili, giunte regolari.
L’opera raffigura Vajrabhairava, la manifestazione irata di Manjushri (Bodhisattva della saggezza), in una delle sue forme più complesse. La divinità è rappresentata con la testa di bufalo nero inferocito, simbolo della vittoria sull’ignoranza e sulla morte. Al di sopra della testa taurina, si scorgono i volti sovrapposti, culminanti nel volto calmo di Manjushri in cima. Possiede molteplici braccia che sorreggono armi rituali (tra cui la mannaia kartika e la coppa cranica kapala) e gambe che calpestano una moltitudine di esseri (deità, animali e umani), a simboleggiare il superamento degli ego e degli ostacoli alla liberazione. È raffigurato in yab-yum (unione sessuale sacra) con la sua consorte Vajravetali, rappresentando l’unione indissolubile di saggezza e metodo. La scena è circondata dalle fiamme della saggezza primordiale. In alto, nel registro celeste, compaiono altre divinità del lignaggio e protettori irati. In basso, ai lati del loto centrale, figurano due protettori minori che cavalcano animali.
Questo thangka è un esempio magistrale dello stile pittorico mongolo del XIX secolo per il cromatismo e il paesaggio (tipicamente mongola è la stesura del paesaggio con verdi brillanti e colline ondulate ‘a terrazza’, che creano un forte contrasto con il blu profondo della divinità e il rosso vivido delle fiamme), per il dinamismo irato (la resa delle fiamme è meno schematica rispetto ai modelli tibetani centrali, con un movimento più fluido e ‘barocco’, quasi a voler far uscire la divinità dal piano pittorico), la scelta del damasco blu scuro di alta qualità (è il colore sacro per eccellenza, il “Cielo Eterno”, preferito al giallo per le divinità protettrici di natura irata).
La potenza espressiva di questo dipinto suggerisce che fosse destinato a una sala di meditazione esoterica (Gonkhang), dove i monaci praticavano i rituali per la protezione della comunità e dello Stato.
BIBLIOGRAFIA
Ann Shaftel, “Notes on the Technique of Tibetan Thangkas”, in Artibus Asiae, Vol. 41, No. 1/2, pp. 115–136, Museum Rietberg Zürich / Harvard University, 1979
David Jackson e Janice Jackson, Tibetan Thangka Painting: Methods and Materials, Shambhala Publications, Boulder 2012 (1984)
Neelam Agrawal Srivastava, “Buddha and Buddhism as the Subject Matter in Thangka Paintings”, in International Journal of Multidisciplinary Educational Research (IJMER), Vol. 7, Issue 2(4), pp. 204–218