Thang-ka di Syamatara
- Denominazione
- Thang-ka di Syamatara
- Autore
- Ignoto
- Tipologia
- Immagine portatile o da altare
- Nome locale
- ཐང་ཀ་ thang ka
- Datazione
- sec XIX
- Cultura / Etnia
- Scuola di Urga (Stile Zanabazar)
- Area Geografica
- Mongolia
- Materiali e Tecnica
- Embroidery (tecnica a ricamo policromo con punto pieno e punto erba e fili dorati) in filato di seta su supporto di seta, bordato in seta rossa e montato su fasce in damasco di seta giallo con il motivo del drago
- Dimensioni
- cm 174 x 92
- N. Inventario
- FSP/AEt/CRB/CPA/2286
NOTE
Thangka tessile (icona buddhista appesa) con pannello centrale a ricamo cucito su montatura in damasco a grandi medaglioni circolari con draghi e motivi nuvolosi (produzione cinese o sino-tibetana) e bordo rosso a riquadro. Ampia sezione inferiore “a grembiule”, tipica delle montature rituali destinate a ricadere in avanti quando la thangka è appesa. Cuciture visibili, giunte regolari.
Raffigura una figura femminile seduta su loto e nubi, in posa “regale” con una gamba pendente (lalitāsana). Corpo rappresentato in tono scurissimo (verde molto scuro / quasi nero). La mano destra è distesa nel gesto della benevolenza (varada mudra), mentre la sinistra, all’altezza del petto, compie il gesto della protezione e dell’insegnamento (vitarka mudra), reggendo lo stelo di un loto blu (utpala). Indossa i cinque gioielli e le vesti seriche dei Bodhisattva (sambhogakaya). È incorniciata da un’aureola radiante e da un nimbus rosso scuro che ne esalta la carnagione verde smeraldo. Sfondo con grandi fiori, fogliami, nuvole, elementi celesti. La combinazione della posa con gamba pendente, del fior di loto vicino alla spalla e della figura femminile adornata corrisponde all’iconografia più comune di Tara Verde (Syamatara). Nei registri inferiori: al centro Ruota del Dharma su loto; ai lati piccole figure stilizzate tra onde e rocce.
La provenienza mongola spiega l’eccezionale perizia tecnica del ricamo: mentre i thangka tibetani classici puntano spesso su un forte contrasto cromatico, la tradizione mongola di questo periodo è celebre per l’eleganza delle proporzioni (il volto della Tara presenta lineamenti più dolci e una rotondità tipica dei canoni estetici mongoli, che si distaccano leggermente dalla spigolosità di alcune scuole himalayane), il ‘paesaggio aperto’ (tradotto nell’uso di ampie zone di fondo che danno respiro alla figura centrale), la qualità del filato (la Mongolia aveva accesso privilegiato alle migliori sete e filati metallici della corte Qing), la precisione millimetrica dei punti di ricamo (l’uso del punto pieno e del punto erba per definire i volumi muscolari e le pieghe delle vesti, creando un effetto quasi tridimensionale che imita la fusione bronzea, arte in cui la Mongolia eccelleva). Tutte queste caratteristiche riportano allo stile Zanabazar della Scuola di Urga.
Un pezzo di queste dimensioni (quasi due metri di altezza) era quasi certamente destinato a un tempio principale (Tsogchin dugan) o alla residenza di un alto lama reincarnato.
BIBLIOGRAFIA
Ann Shaftel, “Notes on the Technique of Tibetan Thangkas”, in Artibus Asiae, Vol. 41, No. 1/2, pp. 115–136, Museum Rietberg Zürich / Harvard University, 1979
David Jackson e Janice Jackson, Tibetan Thangka Painting: Methods and Materials, Shambhala Publications, Boulder 2012 (1984)
Neelam Agrawal Srivastava, “Buddha and Buddhism as the Subject Matter in Thangka Paintings”, in International Journal of Multidisciplinary Educational Research (IJMER), Vol. 7, Issue 2(4), pp. 204–218