Zhalu (Finestra sacra) con Danza dei Chitipati
- Denominazione
- Zhalu (Finestra sacra) con Danza dei Chitipati
- Autore
- Ignoto
- Tipologia
- Scultura Lignea Devozionale
- Datazione
- sec XIX
- Area Geografica
- Mongolia
- Materiali e Tecnica
- Legno intagliato e policromo; cornice in legno laccato e dorato
- Dimensioni
- cm 18.8 x 15.2 x 5.5
- N. Inventario
- FSP/2023/AEt/CRB/CPA/2217
NOTE
Quest’opera è un pezzo di straordinaria potenza iconografica e simbolica, che rappresenta il tema della danza rituale e della vittoria sulla morte. Si tratta di una raffigurazione dei Chitipati (in tibetano Dur-khrod bdag-po; in mongolo Khokhimoi), conosciuti come i “Signori del Cimitero”. Nella tradizione mongola, questa coppia di scheletri danzanti non è un simbolo macabro, ma una rappresentazione della gioia che deriva dalla comprensione dell’impermanenza e dalla distruzione dell’ego.
La scultura è un altorilievo (le figure sporgono quasi interamente dal fondo) ed è concepita come un pezzo unico con la sua cornice. I due scheletri sono ritratti in una posa dinamica di danza, intrecciando gambe e braccia in perfetta simmetria. Entrambi indossano corone di cinque piccoli teschi e hanno il terzo occhio della saggezza inciso sulla fronte. Indossano gonnellini cerimoniali dai colori vivaci: quello a sinistra in verde e giallo, quello a destra in blu e oro. Originariamente due asceti che furono decapitati mentre erano in meditazione profonda, i Chitipati rappresentano la capacità della mente di persistere oltre la dissoluzione del corpo fisico. Sono racchiusi in un’aureola fiammeggiante (Prabhamandala) dipinta di rosso e ocra, che simboleggia l’energia trasformatrice del fuoco della saggezza che brucia l’ignoranza.
L’opera è inserita in una cornice rettangolare di colore rosso scuro, decorata ai bordi con raffinati motivi a volute dorate. La profondità della cornice (5.5 cm) e il gancio metallico originale sulla sommità indicano che l’oggetto era concepito per essere appeso: può quindi indicarsi come Zhalu (Zhal-lu), termine tecnico che deriva dalla lingua tibetana ed è entrato nel lessico specialistico dell’arte mongola per indicare una specifica funzione dell’oggetto sacro: la “finestra sacra”, varco aperto tra il mondo fenomenico e la dimensione illuminata attraverso cui la divinità ‘mostra’ il proprio volto" (Zhal). Lo Zhalu definisce un confine di protezione, trasformando l’ambiente fisico che lo ospita in uno spazio consacrato.
BIBLIOGRAFIA
Richard J. Kohn, Lord of the Dance: The Mani Rimdu Festival in Nepal and Tibet, SUNY Press, 2001
Tsultemin Uranchimeg, A Monastery on the Move: Art and Politics in Later Buddhist Mongolia, University of Hawaii Press, Honolulu 2020