Scheda Tecnica

Le "Tre Scimmie Sagge"

Mongolia
inizi sec XX
Denominazione
Le "Tre Scimmie Sagge"
Autore
Ignoto
Tipologia
Scultura Lignea Devozionale
Nome locale
Гурван сармагчин Gurvan Sarmagchin oppure Гурван бич Gurvan Bich
Datazione
inizi sec XX
Area Geografica
Mongolia
Materiali e Tecnica
Legno intagliato a mano; base in legno scuro con trafori; figure in essenza lignea chiara con patina naturale
Dimensioni
cm 13.7 x 14.2 x 4.5
N. Inventario
FSP/2023/AEt/CRB/CPA/2247

NOTE
Liconografia delle “Tre Scimmie Sagge”, sebbene di origine giapponese (Kōshin), si è diffusa in tutta lAsia attraverso le rotte commerciali e gli scambi religiosi, integrandosi perfettamente nelletica buddhista mongola a sottolineare il tema del rigore morale e della disciplina interiore.
Le tre scimmie sono ritratte in posizione seduta, con un intaglio sintetico ma estremamente espressivo che ne sottolinea i gesti rituali: a sinistra, Mizaru copre i propri occhi con le mani, a significare il rifiuto di osservare limpurità o il male; al centro, Kikazaru copre le proprie orecchie, a simboleggiare lastensione dallascoltare discorsi nocivi o calunnie; a destra, Iwazaru copre la propria bocca, indicando il controllo della parola e il rifiuto di proferire falsità o offese. In Mongolia, le tre scimmie non hanno dei nomi propri “personali” (Mizaru, Kikazaru e Iwazaru), ma vengono identificate collettivamente e singolarmente attraverso la loro azione rituale e morale e, differenza del gioco di parole giapponese (dove -zaru significa sia “non fare” che “scimmia”), in Mongolia il nome descrive direttamente il precetto buddhista di purezza dei sensi: Muug üzehgüi (Мууг үзэхгүй) sta per “Non vedere il male”, Muug sonsohgüi (Мууг сонсохгүй) sta per “Non sentire il male”, Muug yarihgüi (Мууг ярихгүй) sta per “Non parlare del male”.
Lesecuzione delle scimmie è tipicamente mongola per la robustezza delle forme e la semplicità dei tratti, che le rende meno “stilizzate” e più “materiche” rispetto ai modelli cinesi o giapponesi. La patina lucida sulle teste e sulle spalle indica decenni di manipolazione, a conferma del fatto che loggetto veniva toccato come parte di una pratica devozionale quotidiana.
Nelle comunità monastiche e nelle famiglie nobili mongole del periodo Qing, queste figure venivano chiamate anche le scimmie della “Disciplina del Corpo, della Parola e della Mente”: rappresentano il controllo del proprio “caos” interno per mantenere la fortuna (Kishig) allinterno della dimora.


BIBLIOGRAFIA
Marylin M. Rhie, Robert A. F. Thurman, The Sacred Art of Tibet. Wisdom and Compassion, Thames & Hudson, London 1991
Tsultemin Uranchimeg, A Monastery on the Move: Art and Politics in Later Buddhist Mongolia, University of Hawaii Press, Honolulu 2020

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