Thang-ka di Palden Lhamo (Shridevi)
- Denominazione
- Thang-ka di Palden Lhamo (Shridevi)
- Autore
- Ignoto
- Tipologia
- Immagine portatile o da altare
- Nome locale
- ཐང་ཀ་ thang ka
- Datazione
- seconda metà sec XVIII
- Cultura / Etnia
- Scuola di Urga (Stile Zanabazar)
- Area Geografica
- Mongolia
- Materiali e Tecnica
- Tempera minerale su tela di cotone; cornice in damasco di seta gialla con motivi a fiorami
- Dimensioni
- cm 64 x 56
- N. Inventario
- FSP/AEt/CRB/CPA/2289
NOTE
Thangka tessile (icona buddhista appesa) con pannello centrale dipinto e cucito su cornice in damasco giallo a fiorami. Cuciture visibili, giunte regolari. Ossidazione naturale dei pigmenti e alcune pieghe sulla tela che testimoniano l’uso devozionale (probabilmente veniva ripiegato e trasportato frequentemente).
L’opera raffigura Palden Lhamo, la “Gloriosa Dea” nella forma Magzor Gyalmo, l’unica divinità femminile tra gli otto “Protettori del Dharma” (Dharmapala), guardiana principale del lignaggio Gelugpa e della città di Lhasa, che qui interpretata con il vigore tipico della tradizione mongola. La dea è raffigurata con la pelle blu scuro, cavalca un cavallo selvatico attraversando un mare di sangue. Il cavallo ha un occhio sul fianco (secondo la leggenda, dove fu colpito da una freccia scagliata dal marito della dea). Regge una clava sormontata da un teschio (danda) nella mano destra e una coppa cranica (kapala) colma di sangue e organi nella sinistra. Indossa una corona di cinque teschi, una collana di teste mozze e una pelle di tigre come gonnellino. Sopra la divinità fluttua un parasole di piume di pavone. Il cavallo calpesta corpi umani che simboleggiano i nemici del Dharma e gli ostacoli spirituali.
Nel registro superiore, al centro figura un Buddha (probabilmente Shakyamuni), affiancato da due importanti maestri del lignaggio (identificabili dai cappelli gialli tipici dei Gelugpa), sottolineando la funzione della dea come protettrice dei voti monastici.
Nel registro inferiore, emergono dalle fiamme e dai fumi neri le sue seguaci e assistenti zoomorfe, che cavalcano tra le onde di sangue in un paesaggio infernale e dinamico.
Nonostante le dimensioni contenute, questo thangka si distingue per una densità narrativa e una ferocia espressiva notevole: sebbene non sia un nag-thang puro (ovvero oro su fondo nero), l’opera ne adotta l’atmosfera cupa; lo sfondo è dominato da nuvole vorticose di fumo nero e fiamme stilizzate che occupano quasi tutto lo spazio visivo, tipico della predilezione mongola per le scene apocalittiche e drammatiche. La resa del cavallo al galoppo e il movimento convulso delle fiamme sono molto più accentuati rispetto alle versioni tibetane, c’è un senso di ‘caos ordinato’ che riflette la forza travolgente della divinità. La policromia è ricca, con un uso sapiente dei contrasti tra il blu profondo della dea e il rosso delle fiamme.
Questo pezzo era probabilmente un’icona da altare privato o destinata a una cappella minore, dove l’intensità del legame personale con la divinità prevaleva sulla monumentalità dell’opera.
BIBLIOGRAFIA
Ann Shaftel, “Notes on the Technique of Tibetan Thangkas”, in Artibus Asiae, Vol. 41, No. 1/2, pp. 115–136, Museum Rietberg Zürich / Harvard University, 1979
David Jackson e Janice Jackson, Tibetan Thangka Painting: Methods and Materials, Shambhala Publications, Boulder 2012 (1984)
Neelam Agrawal Srivastava, “Buddha and Buddhism as the Subject Matter in Thangka Paintings”, in International Journal of Multidisciplinary Educational Research (IJMER), Vol. 7, Issue 2(4), pp. 204–218